L’Europa cambia pelle: dall’auto alle armi?
di Gaetano Mastellone
Industria in difficoltà, fabbriche che si riconvertono, salari che arrancano e tensioni sociali e politiche che aumentano. Forse è arrivato il momento di porci qualche domanda seria.
Per decenni l’industria automobilistica è stata uno dei grandi motori dell’Europa.
In Italia la FIAT ha rappresentato non soltanto un’impresa privata, ma un pezzo della storia industriale del Paese. Nel corso degli anni il settore automobilistico è stato sostenuto, direttamente e indirettamente, da incentivi pubblici, ammortizzatori sociali, politiche industriali e interventi dello Stato.
Poi il mondo è cambiato.
FIAT è diventata prima FCA e successivamente Stellantis, un grande gruppo multinazionale. La produzione italiana, nel frattempo, si è drasticamente ridimensionata.
Il dato è impressionante: secondo i dati sindacali FIM-CISL riportati da Reuters, nel 2025 Stellantis ha prodotto in Italia circa 380 mila veicoli, il 20% in meno dell’anno precedente. Limitandosi alle sole automobili, la produzione è scesa a circa 214 mila unità, il livello più basso dal 1954.
Pensate che nel 2023 Stellantis produceva in Italia circa 751 mila veicoli.
In appena due anni la produzione si è quindi quasi dimezzata.
E dietro questi numeri non ci sono soltanto automobili: ci sono stabilimenti, lavoratori, famiglie, indotto, fornitori, competenze e interi territori.
E ADESSO TREMA ANCHE LA GERMANIA
Per molti anni abbiamo guardato alla Germania come alla grande macchina industriale europea. Automobili, meccanica, chimica, esportazioni: un modello costruito sulla forza manifatturiera. Oggi anche quel modello mostra evidenti difficoltà.
Volkswagen sta affrontando una profonda ristrutturazione, alle prese con costi elevati, sovraccapacità produttiva, riduzione delle vendite in alcuni mercati e soprattutto con la fortissima concorrenza cinese.
Il problema non è semplicemente che “nessuno vuole le auto elettriche tedesche”. Sarebbe una semplificazione. Il vero problema è più complesso: la Germania e l’Europa stanno perdendo parte del vantaggio competitivo nell’automobile, mentre i produttori cinesi sono diventati concorrenti formidabili nell’elettrico, nelle batterie, nel software e ormai anche nei veicoli ibridi. Volkswagen sta valutando interventi pesantissimi su stabilimenti e occupazione.
E qui accade qualcosa che dovrebbe farci riflettere.
DALLE AUTOMOBILI ALLA DIFESA
Proprio in queste ore emerge un caso emblematico.
Lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück, dove la produzione automobilistica dovrebbe terminare nel 2027, potrebbe essere riconvertito almeno in parte verso la produzione per la difesa.
L’operazione allo studio dovrebbe salvaguardare una parte consistente dell’occupazione e prevede attività collegate anche alla produzione di componenti per sistemi di difesa aerea.
Non è l’unico segnale. In Europa cresce rapidamente la spesa militare e diverse aziende industriali guardano alla difesa come a un nuovo mercato capace di assorbire capacità produttiva, tecnologia e lavoratori provenienti da altri comparti. Industrialmente il ragionamento può perfino essere comprensibile.
Ma politicamente e socialmente io una domanda me la pongo: che Europa stiamo costruendo?
Un continente che perde progressivamente capacità produttiva nell’automobile e in altri settori civili e contemporaneamente investe centinaia di miliardi nella difesa?
È questa la nuova politica industriale europea?
TUTTE QUESTE ARMI DOVE CI PORTERANNO?
Non sono contrario per principio alla necessità di difendere l’Europa. Un continente deve essere capace di garantire la propria sicurezza. Ma tra difendersi e costruire un modello economico sempre più dipendente dalla produzione militare esiste una differenza enorme. Carri armati, droni, missili, sistemi antiaerei, munizioni, mezzi militari: gli ordinativi stanno aumentando. E allora la domanda, forse ingenua ma inevitabile, è: che fine farà tutto questo enorme apparato militare?
Stiamo semplicemente costruendo una capacità di deterrenza oppure ci stiamo preparando a un lungo periodo storico caratterizzato da guerre e tensioni permanenti? Io non ho la risposta. Ma credo che abbiamo il dovere di porci la domanda.
IL SEGNALE POLITICO TEDESCO
Contemporaneamente sta accadendo qualcosa di altrettanto importante sul piano politico. In Sassonia-Anhalt, nelle elezioni regionali del 6 settembre, AfD ha sfiorato il 44% dei voti, diventando nettamente il primo partito. Un risultato enorme. Ridurre tutto alla nostalgia ideologica o liquidare milioni di elettori con un’etichetta sarebbe, secondo me, un errore. Bisogna invece chiedersi perché una parte così consistente della popolazione tedesca stia scegliendo posizioni radicali. Quando aumentano insicurezza economica, paura del futuro, tensioni sull’immigrazione, perdita di posti industriali e sfiducia nelle istituzioni, la politica tende a radicalizzarsi.
La storia europea dovrebbe averci insegnato almeno questo.
I SEGNALI ARRIVANO ANCHE DALLA GRAN BRETAGNA
Anche quanto accaduto nelle ultime ore nel Regno Unito merita attenzione. A Dover gruppi di manifestanti, alcuni mascherati, hanno protestato contro l’arrivo dei migranti; manifestazioni analoghe si sono poi verificate a Portsmouth. Non significa che “l’Europa sta esplodendo”. Ma significa certamente che il livello della tensione sociale merita di essere osservato con molta attenzione. Quando episodi diversi iniziano a ripetersi in Paesi differenti, ignorarli sarebbe poco intelligente.
E NOI ITALIANI?
E veniamo a casa nostra. La situazione italiana presenta un paradosso. Abbiamo un’occupazione che negli ultimi anni ha raggiunto livelli record e una disoccupazione scesa ai minimi storici. È un risultato positivo e va riconosciuto. Ma contemporaneamente abbiamo un problema enorme di qualità e remunerazione del lavoro. Secondo l’OCSE, nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021: il peggior recupero tra le maggiori economie OCSE.
Significa una cosa molto semplice: molti italiani lavorano, ma il loro stipendio compra meno di qualche anno fa.
Ed è questo il dato che dovrebbe preoccupare maggiormente la politica.
Perché non basta creare occupazione. Occorre creare lavoro produttivo, qualificato e adeguatamente retribuito.
NON POSSIAMO VIVERE DI SOLO TURISMO
Nel frattempo una parte dell’Italia sembra affidarsi sempre più al turismo. Il turismo è fondamentale. Lo sappiamo benissimo soprattutto noi che viviamo in territori come Sorrento e la Penisola Sorrentina. Produce PIL, occupazione, reddito e ricchezza. Ma attenzione: una grande nazione industriale non può trasformarsi progressivamente in un enorme albergo, ristorante e stabilimento balneare. Abbiamo bisogno del turismo, ma anche dell’industria Abbiamo bisogno dei camerieri e degli operatori alberghieri, ma anche degli ingegneri, dei tecnici, dei ricercatori, degli operai specializzati, dell’industria digitale, della farmaceutica, della meccanica, dell’automotive e delle nuove tecnologie.
E soprattutto dobbiamo porci un’altra domanda. Negli ultimi anni in molte località turistiche le tariffe alberghiere sono aumentate enormemente. Benissimo per le aziende quando il mercato consente di aumentare ricavi e margini. Ma quanto di questa maggiore ricchezza è arrivato ai lavoratori? Se una camera che costava 150 euro oggi ne costa 250 o 300, lo stipendio della cameriera ai piani, del cameriere, del receptionist o del cuoco è aumentato nella stessa proporzione? Evidentemente no. Ed è qui che nasce un problema non soltanto economico, ma sociale.
QUALE EUROPA VOGLIAMO?
Questa è la domanda finale. Un’Europa che produce meno automobili e più armamenti? Un’Italia che perde progressivamente pezzi della propria industria e punta sempre di più sui servizi e sul turismo? Un’economia nella quale aumentano i prezzi e il valore degli immobili, delle camere d’albergo e dei servizi, mentre i salari faticano a recuperare il potere d’acquisto perduto? E soprattutto: quale futuro stiamo preparando ai nostri giovani? Non credo alle catastrofi annunciate e nemmeno alle facili teorie complottistiche. Credo però nei numeri. E i numeri ci stanno dicendo che l’Europa attraversa una trasformazione industriale, economica, sociale e politica profondissima. Possiamo continuare a dividerci tra destra e sinistra, europeisti e sovranisti, favorevoli e contrari a questo o quel governo. Oppure possiamo finalmente discutere della questione essenziale: come vogliamo produrre la nostra ricchezza nei prossimi vent’anni?
Perché senza industria, produttività, innovazione, salari dignitosi e una classe media economicamente forte, anche la democrazia diventa più fragile. E quando una società perde fiducia nel futuro, la storia insegna che prima o poi cerca risposte radicali. È proprio questo, più di ogni altra cosa, che dovrebbe preoccuparci.












