La vulnerabilità strutturale del turismo meridionale: tra asfissia dei costi di gestione e infiltrazioni criminali

Il “Domani” ha pubblicato oggi un intervento di Guglielmo Forges Davanzati sul turismo, un’analisi che evidenzia come la specializzazione turistica del Mezzogiorno rischi di tramutarsi in un’illusione di crescita, caratterizzata da bassa produttività e precarietà strutturale. Per elevare il livello del dibattito tecnico, è tuttavia necessario analizzare i meccanismi microeconomici che erodono la competitività delle imprese sane e, parallelamente, denunciare i fattori macroeconomici criminali che alterano le regole del mercato. Il dibattito sulle politiche turistiche deve oggi misurarsi con due nodi critici drammaticamente attuali:

1. L’asimmetria dei costi di gestione e l’asfissia delle imprese sane. Le imprese ricettive e ristorative meridionali operano in un contesto di asfissia finanziaria, schiacciate da una forbice strutturale tra costi fissi rigidi e ricavi altamente volatili. La trappola della stagionalità. Il modello prevalentemente balneare e stagionale del Sud concentra i ricavi in pochi mesi dell’anno. Tuttavia, i costi di gestione — dagli ammortamenti strutturali alle utenze energetiche (condizionate dai picchi estivi), fino ai costi fissi regolatori e fiscali — gravano sull’impresa per tutti i dodici mesi.

Mancanza di economie di scala: il nanismo imprenditoriale (con un divario di produttività del 20-25% rispetto al Nord) impedisce alle strutture meridionali di ottimizzare la catena di fornitura (procurement) e di investire in tecnologie di revenue management. Le imprese sane, per sopravvivere ai costi di gestione crescenti e alla mancanza di credito bancario, si trovano spesso costrette a comprimere l’unico costo variabile flessibile: il lavoro, alimentando quel circuito di bassi salari e scarsa formazione rilevato dall’Istat.

2. L’economia criminale come fattore di dumping e distorsione del mercato

L’elemento più tossico e penalizzante per il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno, balzato drammaticamente agli onori delle cronache finanziarie e giudiziarie, è la pervasiva penetrazione della criminalità organizzata nell’economia turistica. Il turismo, la ristorazione e il settore immobiliare ricettivo (comprese le piattaforme di short-rent) sono diventati i canali privilegiati per il riciclaggio di capitali illeciti.

Dumping economico e concorrenza sleale: le imprese controllate direttamente o indirettamente dai clan non hanno la necessità di produrre utili né soffrono il problema dell’accesso al credito o dell’asfissia dei costi di gestione, poiché dispongono di liquidità illimitata derivante da altre attività. Questo permette loro di attuare un vero e proprio dumping commerciale (prezzi artificialmente bassi, investimenti strutturali fuori mercato), espellendo dal mercato le imprese legali che non riescono a reggere la concorrenza.

Alimentazione dell’economia sommersa: la presenza criminale sfrutta e amplifica l’elevata incidenza dell’economia sommersa storicamente registrata nel settore. Il lavoro nero, il caporalato turistico e l’evasione fiscale diventano non solo strumenti di massimizzazione del profitto, ma anche veicoli di controllo sociale e territoriale, deprimendo ulteriormente la qualità dell’offerta e la dignità del lavoro.

Le priorità per le politiche pubbliche 

Di fronte a questo scenario, le risposte della politica economica non possono limitarsi a incentivi volumetrici o a campagne di marketing territoriale. Il dibattito deve spostarsi su interventi di rottura:

Garante della Legalità come asset competitivo: la tracciabilità dei flussi finanziari, il monitoraggio delle licenze e dei passaggi di proprietà societaria nel settore turistico-ricettivo devono diventare priorità di politica industriale. La legalità va considerata la prima forma di tutela della concorrenza e della produttività.

Sostegno finanziario alla de-stagionalizzazione: per mitigare l’impatto dei costi di gestione fissi, i fondi strutturali (e il post-Pnrr) dovrebbero finanziare agevolazioni fiscali mirate e sconti contributivi progressivi esclusivamente per le imprese che scelgono di estendere il calendario di apertura oltre i mesi canonici, stabilizzando i lavoratori e investendo nella loro formazione.

Fino a che punto l’espansione del turismo nel Mezzogiorno è sintomo di dinamismo economico, e quanto è invece il risultato di una ritirata dello Stato che cede il passo alla rendita parassitaria e al riciclaggio? Se il mercato turistico meridionale è alterato da una concorrenza sleale di matrice criminale, ha ancora senso parlare di “competitività delle destinazioni” senza prima attuare un piano straordinario di bonifica economica e finanziaria del settore?

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