Il grande teatro della distrazione, mentre l’Italia si impoverisce
Pubblichiamo questa interessante e stimolante riflessione del commendatore Gaetano Mastellone che accende i riflettori sul paradosso tutto italiano, della politica italiana, di alimentare fino all’ossessione opposte tifoserie monopolizzando così l’attenzione mediatica su temi che probabilmente non meriterebbero neanche di essere discussi dalla politica e ancora di più dal governo. Invece assistiamo a uno spettacolo che non esitiamo a definire indecente visto quello che ci “offre” il contesto nazionale e internazionale. Sulla situazione economica nazionale c’è podo da dire e da stare allegri. Mastellone presenta numeri che smentiscono le chiacchiere e che dovrebbero indurci a riflettere su una crisi ormai sistemica e senza prospettive all’orizzonte considerano, appunto, il livello del dibattito e della proposta politica che ci ritroviamo.
C’è un copione che si ripete, identico, indipendentemente da chi sia al governo o all’opposizione. Destra, sinistra, centro: schieramenti diversi, stesso metodo. Quando i problemi strutturali del Paese diventano troppo scomodi da affrontare, la politica smette di fare politica e comincia a fare spettacolo.
Negli ultimi mesi lo abbiamo visto con chiarezza. La vicenda della “famiglia del bosco”, con i suoi risvolti giudiziari e mediatici trascinati per mesi tra tribunali dei minori, memorie difensive e libri di memorie pubblicati in fretta. Il tema dei migranti, agitato a corrente alternata a seconda della convenienza del momento. I delitti di cronaca nera trasformati in casi nazionali, come quello del gioielliere Mario Roggero, condannato in via definitiva e finito in carcere in questi giorni, che è diventato bandiera identitaria per una parte della politica e simbolo opposto per l’altra. La riforma della legge elettorale, annunciata, rimandata, ridiscussa, senza che arrivi mai a un punto fermo.
Ognuno di questi temi, preso singolarmente, meriterebbe attenzione seria. Ma nell’uso che se ne fa oggi diventano cortine fumogene. Servono a occupare i talk show, a riempire le prime pagine, a dare argomenti ai social. Servono, soprattutto, a non parlare d’altro. E quell’altro è la condizione reale in cui versa il Paese.
Gli italiani sono più poveri e i numeri lo dicono
Mentre ci si accapiglia sui casi del giorno, il potere d’acquisto delle famiglie italiane continua a erodersi. I dati Istat più recenti sono spietati: a fine 2025 le retribuzioni contrattuali restano ancora dell’8,6% al di sotto dei livelli reali del 2019. Non è un dettaglio tecnico, è la fotografia di un intero decennio in cui si guadagna nominalmente di più ma ci si può permettere sistematicamente meno.
Il quadro rischia di peggiorare. Dopo una fase di rallentamento dell’inflazione che aveva illuso molti di un ritorno alla normalità, le stime per il 2026 parlano di una nuova risalita dei prezzi, con proiezioni che secondo alcune fonti Istat arrivano fino al 2,9% sul deflatore dei consumi, in un contesto in cui la crescita salariale continua a procedere più lentamente rispetto agli altri Paesi europei. Il rischio concreto, segnalato dagli stessi tecnici dell’Istituto di statistica, è quello di un nuovo “sorpasso” dell’inflazione sui salari nominali.
Guardando agli ultimi quattro anni, il capitolo che pesa di più sul bilancio delle famiglie è quello energetico: dopo i picchi drammatici del 2022-2023, con un’inflazione che aveva superato l’8%, i costi di energia e gas sono rimasti su livelli strutturalmente più alti rispetto al periodo pre-crisi. A questo si sono aggiunti gli aumenti dei servizi abitativi, che a inizio 2026 crescevano a doppia cifra, quelli dei trasporti e quelli degli alimentari, con i prodotti non lavorati in aumento di oltre il 3% solo negli ultimi mesi. Il risultato è una spesa quotidiana – fare la spesa, riscaldare casa, spostarsi per lavoro – diventata sensibilmente più onerosa in un tempo relativamente breve, mentre gli stipendi arrancano dietro.
Il confronto europeo, poi, è impietoso: tra il 2022 e il 2025 la Spagna ha accumulato una crescita economica del 9%, contro il 2,3% dell’Italia. Un divario che racconta più di mille dichiarazioni politiche quanto il Paese sia rimasto indietro proprio negli anni in cui si discuteva d’altro.
E il mondo, intanto, brucia
A fare da sfondo a tutto questo ci sono le guerre che continuano a moltiplicarsi. Non si tratta più di un conflitto isolato da seguire con apprensione, ma di una condizione ormai strutturale del panorama internazionale: focolai che si accendono, si spostano, si intrecciano tra Europa orientale, Medio Oriente e altre aree del pianeta, con ricadute dirette su energia, catene di approvvigionamento, sicurezza e – di nuovo – sul portafoglio dei cittadini.
È in questo contesto, non in astratto, che andrebbe letta ogni discussione sui prezzi dell’energia, sull’inflazione, sulla tenuta del sistema produttivo italiano. Ma è più comodo, per chi governa e per chi si oppone, parlare del delitto del momento o della vicenda giudiziaria che tiene banco per due settimane.
Serve altro
Non si tratta di negare la rilevanza umana di certe vicende, né la legittimità del dibattito su temi come la sicurezza o la giustizia minorile. Si tratta di chiedere alla politica, tutta, una cosa semplice quanto disattesa: la capacità di tenere insieme, nello stesso momento, l’attenzione ai fatti di cronaca e una visione strategica sul futuro economico del Paese. Oggi manca soprattutto la seconda. E il conto, come sempre, lo pagano i cittadini, un aumento alla volta.













