“Ombre su Gaza”, la performance artistica del Marilyn City Ballet a Villa Fondi

Venerdì 26 luglio a Villa Fondi è andato in scena lo spettacolo “Ombre su Gaza” nell’ambito della programmazione “Estate Blue 2026” a Piano di Sorrento. Pubblichiamo il commento di Lucia Gargiulo alla performance artistica del Marilyn City Ballet.

 

di Lucia Gargiulo

Una danza su Gaza non può essere solo movimento: è un atto di testimonianza, la trasposizione corporea di una realtà sospesa tra la fragilità estrema e una resistenza incrollabile. Un argomento così delicato si traduce qui in un linguaggio coreografico potente e necessario.
In questa coreografia lo spazio non è mai neutro, ma diventa un personaggio a sé stante: limitato, frammentato. I movimenti iniziali nascono da una condizione di costrizione, con corpi rannicchiati, gesti interrotti e linee geometriche rigide che evocano confini e barriere. La danza esplora la tensione di chi deve trovare la vita in pochi metri quadrati, traducendo la claustrofobia in muscoli tesi e respiri spezzati.
Il fulcro emotivo vive nel contrasto. Da un lato i movimenti a terra, le cadute repentine e il contatto continuo con il suolo, che richiama le macerie, la polvere, il peso della perdita e l’attaccamento viscerale alla propria terra. Dall’altro, gli slanci improvvisi verso l’alto e le braccia tese che cercano il cielo, a rappresentare il volo dei pensieri, il desiderio ancestrale di libertà e il ricordo di un’infanzia che gioca con gli aquiloni sulla spiaggia, nonostante tutto.
Anche la musica e il ritmo scaturiscono dai corpi stessi: il battito del cuore che accelera durante un bombardamento immaginario si trasforma in un ritmo percussivo eseguito con i piedi o sul petto. Elementi della danza tradizionale emergono non come semplice folklore, ma come un codice genetico di sopravvivenza culturale: un cerchio di corpi che si stringe per non cadere, piedi che battono a terra per dire *siamo qui”.
Ma forse il momento più potente dell’opera è il vuoto. Coreografare l’assenza significa usare la staticità: una ballerina che si ferma di colpo mentre gli altri continuano, o un assolo che si muove nel silenzio più assoluto, interrotto solo dal suono del respiro affannoso. È il lutto, ma è anche il rifiuto di essere cancellati.
Danzare Gaza significa trasformare il dolore in dignità. Non si tratta di estetizzare la sofferenza, ma di usare il corpo umano , l’unica cosa che ci appartiene davvero finché siamo vivi come un manifesto di vulnerabilità e, allo stesso tempo, di immortale speranza.
La coreografa Marilina Iacono non porta in scena la quantità, ma la qualità: tutte le sue allieve sono di livello altissimo e capaci di una rara intensità espressiva. Come in ogni suo spettacolo, si fa un pieno di emozioni profonde… sempre in punta di piedi e in punta di parola…

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