In Italia è difficile vivere!
di Gaetano Mastellone*
C’è un’Italia che non fa notizia perché non urla: è quella che a metà mese ha già finito lo stipendio. Milioni di famiglie, lavoratori dipendenti e pensionati vivono una fatica quotidiana. Il carrello della spesa, la bolletta, il pieno all’auto e il riscaldamento d’inverno diventano decisioni da pesare.
I numeri del disagio
Non è una percezione, sono i dati. A settembre 2026 l’inflazione ha toccato il 4,2% annuo, dal 3,3% di agosto: il livello più alto da tre anni, per trovarne uno superiore bisogna risalire al settembre 2023. Il motore è l’energia. Luce e gas sul mercato tutelato sono passati da +18,6% a +25,9% su base annua, e il complesso dei beni energetici da +17,1% a +22,3%. Anche il cibo fresco rincara: gli alimentari non lavorati sono saliti da +3,8% a +5,5%.
E chi paga di più?
I più deboli, come sempre. Nel terzo trimestre l’inflazione è al 4,4% per il quinto delle famiglie che spende meno, contro il 2,9% per il quinto più agiato. Il motivo è semplice: l’energia pesa per il 17,1% sulla spesa delle famiglie più povere e per il 7,3% su quella delle più ricche; gli alimentari per il 31,2% contro il 14,8%. L’inflazione, oggi, è una tassa sulla povertà.
Intanto gli stipendi restano fermi. Nel secondo trimestre 2026 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 2,5% contro un’inflazione al 3%, invertendo la tendenza dopo dieci trimestri. E con settembre la forbice si è allargata. Il problema però è antico. Secondo l’Ocse, dal 1990 a oggi il potere d’acquisto dei lavoratori italiani è rimasto sostanzialmente fermo, mentre nella media dei Paesi Ocse è cresciuto di oltre il 30%. L’Ufficio parlamentare di bilancio certifica salari reali ancora inferiori di oltre l’8% rispetto a sei anni fa.
Ci diranno che l’occupazione cresce.
È vero. Ma un lavoro che non permette di vivere con dignità non è una conquista: è una condanna a rate.
Uno Stato senza margini
A questa Italia che fatica corrisponde uno Stato che non ha più margini. A giugno il debito pubblico ha raggiunto il nuovo massimo storico di 3.207,2 miliardi di euro, con un aumento di 111,4 miliardi nei soli primi sei mesi dell’anno. Ogni euro di interessi è un euro sottratto a sanità, scuola, salari pubblici e investimenti. E la crescita, unica vera medicina per il debito, resta debole: per il 2026 si stima un PIL intorno allo 0,7%. Lo Stato non può più comprare consenso a debito. Il tempo dei bonus a pioggia è finito, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo.
Una classe politica che annaspa
Qui sta il nodo. La classe politica nazionale, tutta e senza distinzioni di colore, annaspa. Vive di annunci, slogan e misure tampone pensate per il prossimo sondaggio, non per la prossima generazione. Manca la capacità di leggere i problemi. Manca soprattutto la visione: l’idea di dove debba stare l’Italia fra dieci o vent’anni. Si governa il quotidiano, quando va bene. Il futuro non lo governa nessuno.
E il cittadino lo sente. A settembre la fiducia dei consumatori è scesa da 94,5 a 91,2. Non è solo un indice: è la misura di un Paese che ha smesso di credere che domani sarà meglio di oggi.
Serve un Piano per l’Italia
Non servono altri bonus. Serve un Piano, con obiettivi, tempi e responsabili. Eccone i pilastri:
Salari. Detassare in modo strutturale gli aumenti contrattuali e il salario di produttività. Rinnovare i contratti nei tempi dovuti. Premiare le imprese che investono e pagano meglio.
Energia. Separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas e accelerare rinnovabili e reti. Proteggere in modo mirato le famiglie più esposte, non tutti indistintamente.
Debito. Fare una spending review vera, non annunciata, e combattere sul serio l’evasione. Spendere davvero e bene le risorse europee già assegnate, invece di lasciarle in cassa.
Mezzogiorno e demografia. Senza giovani e senza Sud l’Italia non ha futuro. Servono politiche per la natalità, la casa e il lavoro qualificato, per fermare l’emorragia di talenti.
E per una diversa Europa
Ma l’Italia da sola non basta. Serve un’Europa diversa: meno ragioneria e più strategia. Un’Unione dell’energia con acquisti comuni e un mercato davvero integrato. Strumenti di debito comune per gli investimenti strategici, come si fece con il Next Generation EU. Regole di bilancio che distinguano la spesa corrente dagli investimenti che generano crescita. Un’Europa che protegga i cittadini e non si limiti a sorvegliare i conti.
Difficile vivere, oggi, per milioni di italiani. Ma non è un destino. È il risultato di scelte non fatte, di riforme rinviate, di una politica che ha smesso di pensare in grande. Tocca ai cittadini pretendere un cambio di passo: chiedere progetti e non promesse, risultati e non annunci. L’Italia ha le energie per rialzarsi. Le manca una guida all’altezza.
P.S.: Anticipo e commento le possibili repliche di coloro che “ragionano ancora” con il concetto del Tifo Politico
1. «Ma l’occupazione è ai massimi e la disoccupazione è scesa!»
È vero: la disoccupazione è scesa al 5,8%. Ma un Paese non si giudica solo da quante persone lavorano. Conta anche quanto vivono con quello che guadagnano. Se si lavora di più e si compra di meno, non è un successo: è lavoro povero. E l’Istat stessa indica la stagnazione dei salari reali come una delle principali criticità dell’occupazione italiana.
2. «Gli stipendi sono cresciuti più dei prezzi per due anni e mezzo!»
Anche questo è vero. Ma si trattava di un recupero, non di una conquista. E si è fermato: nel secondo trimestre 2026 l’Istat ha registrato un’inversione di tendenza dopo dieci trimestri consecutivi. Inoltre recuperare una parte di quanto perso non significa stare meglio di prima. I salari reali restano sotto i livelli di sei anni fa.
3. «Lo spread è sotto controllo, i mercati si fidano dell’Italia!»
I mercati comprano i nostri titoli perché rendono, non per affetto. Il debito ha comunque raggiunto il nuovo record di 3.207,2 miliardi. E gli interessi li paghiamo noi, ogni anno, al posto di ospedali, scuole e strade. Uno spread tranquillo non è una politica economica. È solo una tregua.
4. «È colpa della guerra e dell’energia, il governo non c’entra!»
Le crisi internazionali esistono, nessuno lo nega. Ma è proprio nelle crisi che si misura chi governa. Un Paese che dopo anni di avvertimenti dipende ancora così tanto dal gas ha un problema di scelte non fatte, non di sfortuna. E le scelte non fatte hanno nomi e cognomi, di ogni schieramento.
5. «È colpa di chi c’era prima!»
È la replica preferita da tutti i tifosi, di destra, di sinistra e di centro. Nessuno ne è esente. È anche la prova più evidente di ciò che denuncio: una classe politica che, invece di proporre soluzioni, si rimpalla le responsabilità da trent’anni. Nel frattempo i salari sono rimasti fermi e il debito è cresciuto. Questo è avvenuto sotto governi di ogni colore.
6. «È l’Europa che ci lega le mani!»
L’Europa ha molti difetti, e infatti chiedo un’Europa diversa. Ma è la stessa Europa che ci ha messo a disposizione risorse straordinarie, che spesso non siamo stati capaci di spendere in tempo e bene. Prima di accusare Bruxelles, guardiamoci allo specchio.
In conclusione: il tifo va bene allo stadio. Applicato alla politica, ci ha resi un Paese che difende la propria squadra anche quando perde. Non chiedo a nessuno di cambiare bandiera. Chiedo a tutti di ammainarla per un momento e di guardare i numeri. Sono quelli, non le curve, a raccontare come vivono gli italiani.
*Commendatore al merito della Repubblica Italiana

