Come le guerre influenzano il clima e compromettono l’equilibrio naturale
Sulla stampa si susseguono le notizie sugli stravolgimenti metereologici che incombono sul mondo con squilibri che possono determinare condizione di vivibilità estreme anche in realtà dove le alte temperature non hanno mai avuto cittadinanza e con esse tutti i fenomni conseguenziali che già abbiamo comuinciato ad assaggiare. In più l’alta temperatura di questa estate può essere il campanello d’allarme sul rischio incombente di non ritorno: a meno che non si rivoluzioni completamente l’azione dei paesi e delle popolazioni. L’eccezionale Nino che si sta addensando nell’oceano Pacifico, come non se ne vedevano da mille anni a questa parte, è in grado di stravolgere la metereologia del pianeta dove si parla sempre di meno di “svolta green” e di riduzione delle emissioni di CO2 e nello stesso tempo si svolgono guerre sempre più catostrofiche in ogni angolo del pianeta.
Ma come incidono sulle condizioni del tempo le guerre con i bombardamenti e l’uso massiccio di armi devastanti? La scienza ci dice che l’impatto dei conflitti armati e dell’uso di armamenti moderni sul clima e sull’ecosistema globale è un tema cruciale, spesso trascurato nelle contabilità ambientali ufficiali.
Gli effetti della guerra sulle condizioni climatiche e sull’ambiente si articolano su più livelli, combinando emissioni di gas serra, alterazioni atmosferiche e distruzione diretta dei sistemi naturali.
1. Emissioni di gas serra e impronta di carbonio della difesa. Le attività militari globali e l’industria bellica contribuiscono in maniera determinante alle emissioni che guidano il riscaldamento globale. L’impronta di carbonio militare: stime della rete scientifica Scientists for Global Responsibility indicano che le forze armate mondiali e le relative catene di fornitura siano responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. Per un confronto, l’aviazione civile ne produce circa il 2%. Consumi idrocarburici estremi: mezzi militari avanzati (caccia, navi da guerra, carri armati) presentano consumi elevatissimi. L’apparato della difesa degli Stati Uniti, ad esempio, costituisce il singolo maggior consumatore istituzionale di petrolio al mondo.
“L’esenzione” dagli accordi di Parigi: gli impegni internazionali per il clima (compreso l’Accordo di Parigi) non impongono il conteggio vincolante delle emissioni prodotte dai settori militari, creando un’ampia zona d’ombra nella rendicontazione dei dati ambientali reali.
2. Effetti atmosferici dei bombardamenti e dei propellenti. I bombardamenti e l’impiego di armamenti ad alta tecnologia provocano shock chimici e fisici all’atmosferici. Soot (particolato nero) e polveri sottili: esplosioni, incendi di complessi industriali, raffinerie o depositi di carburante sollevano nell’aria grandi quantità di fuliggine (black carbon) e aerosol termicamente assorbenti. Queste particelle, una volta raggiunta l’alta atmosfera, bloccano o assorbono la radiazione solare, alterando le correnti d’aria locali e i pattern di precipitazione. Impatto della tecnologia missilistica: il lancio prolungato di vettori e missili ad alta quota rilascia ossidi di azoto (NOx), composti di cloro e particelle di allumina. Tali molecole interagiscono negativamente con lo strato di ozono stratosferico, indebolendo la protezione della Terra contro i raggi ultravioletti.
3. Distruzione dei “pozzi di assorbimento del carbonio” (Carbon Sinks). La guerra distrugge fisicamente gli elementi naturali che regolano e bilanciano il clima terrestre. Deforestazione ed erosiome del suolo: i bombardamenti, le tattiche di terra bruciata e gli incendi dolosi provocati dalle esplosioni distruggono ettari di foreste e vegetazione autonoma. La perdita della copertura vegetale riduce la capacità della Terra di assorbire CO2 dall’atmosfera. Degrado dei suoli e contaminazione tossica: metalli pesanti (piombo, mercurio, uranio impoverito) ed esplosivi incombusti inquinano il terreno e le falde acquifere. Il suolo contaminato e compattato perde la propria biodiversità microbica, riducendo la sua efficienza sia come riserva di carbonio sia per le colture agricole.
4. Sabotaggi e danni alle infrastrutture energetiche. I conflitti moderni prendono di mira nodi strategici quali gasdotti, pozzi petroliferi e infrastrutture industriali. Rilasci massicci di metano: l’esempio dell’esplosione dei gasdotti Nord Stream nel 2022 ha provocato una delle più imponenti fughe involontarie di metano (CH4) della storia umana (fino a centinaia di migliaia di tonnellate). Il metano ha un potenziale di riscaldamento globale nettamente superiore a quello dell’anidride carbonica a breve termine. Incendi petroliferi: il bombardamento di raffinerie e depositi rilascia in brevi finestre temporali volumi di inquinanti atmosferici paragonabili alle emissioni annuali di interi paesi industrializzati.
5. La fase di ricostruzione post-bellica. Il bilancio climatico di una guerra non si chiude al termine delle ostilità attive. L’impatto dei materiali edili: la ricostruzione di intere città e infrastrutture distrutte richiede quantità enormi di cemento, acciaio e materiali ad altissimo valore di carbonio incorporato. Studi condotti sui recenti scenari di conflitto mostrano che le emissioni stimate per la sola ricostruzione post-bellica superano nettamente le emissioni generate durante la fase dei combattimenti.
In definitiva, l’uso indiscriminato di armamenti rappresenta un fattore di accelerazione diretta del cambiamento climatico, oltre che un ostacolo strutturale alla cooperazione globale necessaria per sostenere la transizione ecologica.












