Tribunale per la famiglia: siamo alle solite!
di Marianna Di Candido*
Uno degli obiettivi cardine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – l’istituzione del Tribunale per le Persone, per i Minorenni e per le Famiglie (TPFM) – subisce un nuovo, pesante arresto. Se a ottobre 2024 si fosse acceso il semaforo verde per l’avvio di questa grande riforma, oggi il quadro sarebbe cambiato: rinvio ufficiale a ottobre 2025. E, dietro le quinte, si vocifera persino di una possibile abrogazione definitiva.
A confermarlo, con un tono tanto pragmatico quanto disilluso, è stato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, in un incontro tecnico che ha lasciato attoniti molti addetti ai lavori. A questo punto la domanda sorge spontanea: ci troviamo di fronte all’ennesimo atto di realismo oppure è il sintomo di una disorganizzazione strutturale mai realmente affrontata?
La riforma Cartabia nasceva con l’intento nobile di dare ordine e coerenza a un sistema giudiziario spesso confusionario nel trattare le questioni familiari e minorili. L’idea di un tribunale unico, con competenze integrate e una visione multidisciplinare, aveva suscitato plauso, ma anche interrogativi concreti e legittimi soprattutto tra gli addetti ai lavori . Chi mi segue lo sa bene.
E non mi sembra di esagerare se oggi lo voglio definire un castello normativo costruito (purtroppo) sulla sabbia.
Ma non è solo una questione logistica. Il vero punto critico è nel merito: la perdita della collegialità nel primo grado di giudizio; l’assenza – in alcuni casi – di giudici onorari con competenze sociali e psicologiche; la standardizzazione di provvedimenti delicatissimi, come quelli sull’allontanamento dei minori, trattati sempre più come emergenze amministrative e meno come scelte professionali di ultima scelta.
La realtà delle aule e il nodo della “doppia velocità”
Nei tribunali oggi si lavora a ritmi che definire serrati è un eufemismo. La parte processuale della riforma, già in vigore, ha assorbito tutte le risorse disponibili. I procedimenti urgenti (come le misure ex art. 403 c.c.) vengono giustamente accelerati, ma questo comporta lo slittamento sistematico di tutte le altre cause. In alcune sedi i tempi di attesa per un’udienza “ordinaria” superano i 12 mesi. Nel frattempo bambini e famiglie restano in una sorta di limbo relazionale e giuridico.
Eppure, questo non è solo un problema tecnico. È un problema di visione. È accettabile che un’architettura tanto ambiziosa sia costruita a “costo zero”? È davvero sostenibile pretendere una riforma profonda e strutturale senza investimenti veri, senza strumenti digitali che funzionino (le banche dati SICID e SIGMA non si parlano!), senza locali adeguati per l’ascolto dei minori, senza una chiara ridefinizione delle competenze?
Si parla ora apertamente di un disegno di legge per l’abrogazione della parte ordinamentale della riforma. E se così fosse, saremmo di fronte a un dietrofront clamoroso. Dalla rivoluzione al ripensamento, passando per il caos.
Il Forum delle Associazioni Familiari parla di “occasione preziosa per ripensare il sistema con responsabilità”. L’AIMMF sottolinea il rischio di perdere la collegialità e la multidisciplinarità, elementi fondamentali quando si parla di minori. Il Coordinamento CARE sottolinea come la riforma rischiasse di “appiattire” l’approccio specialistico e personalizzato necessario in ambito familiare.
E io, da professionista sul campo, aggiungo: bene la proroga, ma che non diventi un’altra toppa su un vestito già logoro. La giustizia familiare non può essere una palestra di riforme scritte senza ascoltare chi, ogni giorno, lavora con famiglie, adolescenti, padri, madri, nonni, operatori sociali e sanitari.
Non servono slogan, né illusioni. Serve un sistema che funzioni. Serve un modello che sia veramente in grado di garantire tempi certi, competenze multidisciplinari, trasparenza procedurale e rispetto per i diritti di tutti i soggetti coinvolti, in primis i bambini. Serve soprattutto coerenza tra ciò che si promette e ciò che si costruisce.
Perché la giustizia familiare non è un tema tra tanti: è il termometro morale di un paese che non può essere discusso nel tribunale di paperino.
*Assistente Sociale












