Giornata Nazionale per le Vittime Covid: documento-testimonianza di Enrico Pisano

Pubblichiamo una testimonianza-documento sull’esperienza Covid-19 raccontata dal dott. Enrico Pisano (65 anni) direttore generale della Banca Popolare del Mediterraneo, che nell’autunno scorso è rimasto contagiato dal coronavirus. Intraprende così un lungo e difficile percorso per affrontare la malattia e, dopo una lunga e faticosa riabilitazione, ritorna finalmente guarito ai propri affetti e al proprio lavoro. La conferma, per quanti ancora non sono convinti di che cosa veramente è la covid-19, di quanto può essere grave, devastante, l’azione del virus e di come ci si può considerare fortunati, con la benedizione divina, a guarirne. Questa specie di diario scritto da Pisano è anche una minuziosa analisi di natura socio-sanitaria dell’emergenza covid proponendosi come una specie di vademecum utile agli ammalati, ai sanitari e al sistema sanità per comprendere e inquadrare nella giusta dimensione questo flagello che oggi è alla sua terza ondata, ma che possiamo combattere con l’arma del vaccino. Nella Giornata Nazionale in ricordo delle vittime del Covid questa testimonianza rappresenta la maniera più nobile per onorare le migliaia di vittime cadute su questo “fronte” e che, purtroppo, ancora continuano a cadere vittime del coronavirus e delle sue varianti.

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di Enrico Pisano

COVID 19: LE QUATTRO FASI DELLA MALATTIA

Questo documento, da me condiviso con altri malati cosiddetti post covid, ha lo scopo, attraverso la difficile esperienza maturata in quasi tre mesi di malattia, di dare un contributo conoscitivo dettato non dalla conoscenza medica o scientifica, ma solo ed esclusivamente dall’aver vissuto direttamente questa esperienza.
L’unico scopo di questo documento è puramente divulgativo e finalizzato a trasferire a chi può fare tesoro della nostra esperienza e prendere iniziative con lo scopo di fare giustizia alla verità.
Se riuscissimo a conseguire questo risultato, il nostro contributo potrebbe aprire uno spiraglio ad una diversa organizzazione nella gestione della malattia, che possa dare a tutti maggiori possibilità di guarigione.
Pertanto non vi è alcuna intenzione di colpevolizzare né i medici né il personale paramedico, che tanto stanno contribuendo con spirito di sacrificio e abnegazione ad affrontare questa tragica emergenza, ancor più non si vogliono individuare singole strutture ospedaliere al fine di metterne in evidenza le carenze riscontrate.
La divisione in fasi è utile al fine di valutare le problematiche diverse che sottendono i diversi momenti che caratterizzano la malattia, dal sorgere fino alla fine.

LA PRIMA FASE

tampone-covidIntendiamo per prima fase, la manifestazione della malattia attraverso i noti sintomi quali febbre, tosse, debolezza, perdita del gusto e dell’olfatto ecc… cui fa seguito l’esecuzione del tampone per accertare e verificare la presenza del Covid 19.
Questa fase è particolarmente delicata perché ha conseguenze rilevanti sull’andamento della fase successiva (la seconda più critica), determinando la gravità dello stato di salute e quindi l’efficacia delle terapie necessarie a superarla. Il ritardo nell’individuazione della malattia, la mancata tempestività degli interventi necessari a seconda della gravità, determineranno le maggiori o minori possibilità di superare il “fosso” e quindi avere maggiori possibilità di restare in vita.

Quali sono le problematiche legate a questa fase? Vediamole:
a) La scoperta della malattia induce subito il malato a rivolgersi al medico di famiglia per chiedere assistenza. Il dottore generalmente trasferisce al malato le indicazioni previste dal protocollo quali cortisone, antibiotico, eparina ecc. (a puro titolo di esempio ).
b) Il medico dà indicazioni a distanza, non può auscultare i bronchi/polmoni per verificare quanto siano impegnati o compromessi. Informa inoltre il paziente circa l’uso del saturimetro, che consiglia di acquistare per verificare l’ossigenazione del sangue. Generalmente la misura può essere preoccupante se scende al di sotto di un certo valore. Su internet c’è un’ampia informativa in tal senso.
c) Il paziente procede con la cura, si presentano queste possibili situazioni:
– Il malato ha una bassa positività o a prescindere ha sintomi contenuti che riescono ad essere fronteggiati dalla cura prescritta dal medico e non degenerano in una situazione di maggiore gravità. In tale caso l’ossigenazione non crolla in quanto i polmoni non sono compromessi dalla malattia in modo grave o gravissimo.
– Il paziente da subito vede degenerare il suo stato di salute, la funzionalità dei polmoni risulta da subito compromessa, la situazione precipita in pochi giorni manifestando la gravità. Di fronte ad una tale situazione di malessere, che il malato percepisce critica a causa del costante peggioramento dei sintomi, particolare attenzione merita la problematica “ossigenazione” (che rappresenta la causa primaria di degenerazione della malattia con conseguenze nefaste).

In quest’ultimo caso il malato ha due possibilità:
1) riesce autonomamente ad arrivare in Ospedale per essere visitato da personale medico specializzato, in grado di valutarne immediatamente la gravità.
In tal caso verrà sottoposto ad accertamenti sulla funzionalità dei polmoni (Tac, eco torace, emogas) per verificare l’ossigenazione nel sangue ecc. In tal modo i medici valutano lo stato del paziente ricoverandolo in terapia semi intensiva o nei casi più gravi in intensiva.
2) Il malato non riesce autonomamente a trovare una strada, chiama il 118 per chiedere aiuto. Il 118 effettua una valutazione sulla gravità del malato e sulla necessità del ricovero, ovviamente senza avere la possibilità di ricorrere ad esami strumentali (Tac, emogas, ecc.).
118covidIl 118 poi è condizionato nelle decisioni sulla disponibilità, comunicata dalla centrale operativa alla quale è collegata telefonicamente, sui posti letti liberi negli ospedali e, nel caso non ve ne siano disponibili, deve tenerne conto.
La malattia purtroppo, secondo la mia esperienza di malato, peggiora progressivamente e potrebbe in quel momento non aver ancora raggiunto una situazione di gravità, ma raggiungerla di lì a poco.

La mia esperienza personale rispecchia quanto suddetto (seconda ipotesi malato grave).
Di fronte ad una situazione valutata non grave in quel momento, saturazione non ancora crollata, sintomi apparentemente non ancora devastanti, e anche in considerazione della mancanza di posti per il ricovero, viene deciso di continuare la terapia praticata fino a quel momento a casa (cfr. protocollo).
Ma nel pomeriggio di fronte ad un costante peggioramento sono stato indotto ad andare autonomamente al pronto soccorso dell’ospedale, dove visitato sono stato ritenuto grave e sottoposto a tutti gli accertamenti che hanno confermato una polmonite bilaterale (con una tac) ed un valore dell’emogas preoccupante. Dopo tre giorni sono stato ricoverato in altro ospedale in terapia semi intensiva. La mia situazione è stata giudicata subito molto grave ed oggi mi ritengo molto fortunato ad avercela fatta. La mia degenza ospedaliera prima della quarta fase è stata complessivamente di 52 giorni (completamente allettato).
Le considerazioni sono l’esperienza di un malato, non di un medico e come tali vanno considerate. L’esperienza vissuta mi induce a pensare (senza alcuna pretesa medica o scientifica) che se la terapia dell’ossigeno forte, poi applicatami, mi fosse stata praticata subito all’occorrenza e non rinviata nel tempo, il mio stato di salute non sarebbe precipitato e avrei superato più rapidamente ed in modo più efficace la fase critica, con meno rischi di un epilogo nefasto.

LA SECONDA FASE

La seconda fase è quella del ricovero in ospedale, della valutazione della gravità della malattia e dell’entità dei sintomi e infine la scelta delle terapie da praticare.
tac_covidQuesta fase è determinante per il superamento della fase critica che, se non risolta, porta alla morte. In particolare in questa fase viene rilevato attraverso gli accertamenti diagnostici (TAC), lo stato dei polmoni che nei casi più gravi presentano una polmonite bilaterale acuta.
Viene contestualmente verificato l’ossigeno nel sangue, misurandone la saturazione con l’emogas e monitorandola costantemente con il saturimetro o altri strumenti più idonei.
Le difficoltà a raggiungere la giusta quantità di ossigeno nel sangue possono richiedere il ricovero in terapia semi intensiva (con il casco o una maschera a pressione) o nei casi più gravi la terapia intensiva (con l’intubazione).
Come detto nella prima fase, è fondamentale la tempestività con la quale si arriva a praticare la “terapia dell’ossigeno” salva vita.
In questa fase il malato, in terapia semi intensiva o intensiva, è solo, privo di affetti, impaurito, sofferente, inconsapevole di cosa realmente sta accadendo. Non può mangiare, ma viene alimentato forzatamente con le sacche, ha difficoltà anche a bere, non è autosufficiente per i normali bisogni fisici.
In questa fase è importante che al malato venga data un’assistenza che vada oltre quella medica, richiede anche che il malato venga soddisfatto in tutti i suoi bisogni per i quali è impossibilitato e avrebbe bisogno anche di un sostegno psicologico. A volte basta un po’ di umanità altre volte non basta ed il sostegno psicologico è essenziale, per consentirgli di affrontare questi momenti molto, molto difficili e  rendere efficace la terapia.

LA TERZA FASE

Questa fase si sostanzia nel trasferimento del malato proveniente dalla terapia semi intensiva o intensiva in reparto.
Nel reparto sono presenti anche i malati di Covid meno gravi, che non hanno vissuto la fase 2 e da casa sono stati indirizzati alla struttura ospedaliera, non essendo i polmoni particolarmente compromessi: qui la terapia dell’ossigeno è più blanda e a questa vengono affiancate le terapie medicali (cortisone e antibiotico).
In questa fase il malato meno grave riesce a concludere la sua esperienza di malato raggiungendo l’indipendenza dall’ossigeno e rafforzando la sua mobilità fisica conseguente alla guarigione.
Il malato viene dimesso, generalmente dopo 1/2 settimane e viene inviato a casa con delle indicazioni mediche.
terapia-intensiva-covidMa parliamo del malato più grave che, uscito finalmente dalla terapia semi intensiva o intensiva, arriva in reparto in quanto ormai la saturazione è diventata adeguata, quindi riesce a mantenere una quantità di ossigeno tale che, da un lato allontana il rischio di conseguenze nefaste, dall’altro non ha più bisogno dell’assistenza e del monitoraggio costante che la terapia semi o intensiva rendeva possibile.
Ma in che stato fisico ci arriva?
Il paziente ha superato le prime due fasi e generalmente ha trascorso un periodo difficile di circa 3/4 settimane, arriva in reparto come ho detto con una situazione di ossigenazione migliorata, ma con uno stato fisico assolutamente di grande debilitazione.
Allettato, non si alza in piedi, talvolta non riesce neanche a muovere le gambe nel letto, la muscolatura delle gambe e braccia è stata consumata dalla malattia e dall’immobilità, mancanza di forza, non riesce a volte neanche a sollevare una bottiglia di acqua, non è autonomo nelle funzioni fisiologiche e pertanto si avvale di pannolone e catetere.

Cosa succede ora?
I medici che si sono prodigati per salvare la vita al paziente covid grave affrontano questa fase per migliorare il suo stato di salute cercando di ottimizzare i risultati raggiunti.
Si provano anche alcuni piccoli interventi di fisioterapia, che nei casi più gravi non riescono a sortire risultati significativi.
Arriva ora il momento in cui l’ospedale incomincia a valutare di dimettere il paziente che, secondo le loro indicazioni, potrà avere prescritta ancora una piccola somministrazione di ossigeno ancora necessaria. I medici consiglieranno una volta a casa di intraprendere un’attività di riabilitazione seguita da un fisioterapista per riacquisire la mobilità fisica.
E’ questo il momento dell’approfondimento di cui parleremo nella fase successiva, dal quale sarà più chiaro ed evidente l’importanza e quindi la mancanza di attenzione e organizzazione delle strutture ospedaliere nell’offrire quanto necessario per la guarigione definitiva del paziente.

LA QUARTA FASE

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Emogas

Ma il malato che esce dall’ospedale, quello che abbiamo precedentemente considerato grave, è guarito?
Il malato che esce dall’ospedale, in particolare quello che più ha sofferto e vissuto la gravità di questa subdola malattia, all’uscita dell’ospedale non può, a mio avviso, tornare a casa, non è guarito e non può immaginare di guarire completamente a casa.
Ha necessità di proseguire la riabilitazione che non è solo motoria, ma che riguarda tutto l’apparato respiratorio e non solo.
Quindi la soluzione è, uscito dall’ospedale, entrare in una struttura specialistica privata o convenzionata, una struttura che sia attrezzata, che assicuri un’assistenza medica specialistica (oltre che infermieristica) nella riabilitazione pneumologica e motoria, che sia dotata di strumentazioni moderne necessarie per la riabilitazione.
Elenchiamo senza approfondire alcune dei maggiori esami specialistici e terapie praticate:
– Tac
– Ecotorace
– spirometria periodica/monitoraggio
– emogas periodico
– analisi varie
– visita psicologica
– visita neurologica con esame di elettromiografia
– esame del cammino con e senza ossigeno
– esame sotto sforzo
– analisi delle gocce di saliva raccolte
– visita quotidiana del medico per monitorare l’andamento dello stato del paziente con auscultazione manuale dei bronchi/polmoni e valutazione dei progressi e delle necessità del paziente;
– esercizi di respirazione da praticare quotidianamente con attrezzi messi a disposizione del malato al fine di migliorare/ripristinare la totale funzionalità dei polmoni;
– palestra quotidiana per la riabilitazione motoria effettuata contestualmente allo stretto monitoraggio dello stato di saturazione dell’ossigeno nel sangue

La mia storia

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Cpap

Il giorno 14 ottobre 2020, mercoledì, dopo una intensa giornata di lavoro torno a casa con una sensazione di freddo ed un malessere generalizzato. La febbre sale a 39.7 gradi e inizia il mio percorso di malattia. Senza entrare troppo nei dettagli, tengo a bada la febbre con un antipiretico ma le mie condizioni di salute peggiorano, febbre saltuaria, tosse, forte debolezza e in alcuni momenti difficoltà anche a parlare.
Chiamiamo il medico di famiglia che ci consiglia di fare il tampone per verificare se risulto positivo al Covid19, per poi iniziare eventualmente la terapia prevista dal protocollo.
Il 17 ottobre effettuo il tampone dal quale risulta la positività, comunicatami con il responso del 19 successivo.
Inizio la terapia di medicine, ma il mio stato di salute peggiora ora dopo ora.
Il giorno 21 di fronte al peggioramento del mio stato di salute chiamo il 118. Il medico mi interroga sulla terapia che sto praticando, mi misura l’ossigeno con il saturimetro che risulta essere pari a 90/92.
Mi viene detto di continuare la cura e in caso di peggioramento eventualmente richiamare. Chiedo di essere ricoverato, perché sentivo che il mio stato di salute stava peggiorando.

Mi viene detto che gli elementi oggettivi in loro possesso non davano indicazioni di una stato di gravità da richiedere l’immediato ricovero, inoltre la centrale operativa, opportunamente informata, comunicò che in quel momento non c’erano posti liberi in nessun ospedale in Campania.
Il pomeriggio di fronte ad un forte stato di malessere, aggravatosi nelle ultime ore, decido di chiamare un’ambulanza e presentarmi al pronto soccorso di un ospedale.
Vengo visitato e subito ricoverato, mi viene praticata una tac e l’emogas dalle quali è subito evidente la gravità del mio stato di salute. Successivamente di fronte ad una saturazione troppo bassa mi viene applicata la maschera “cpap”, successivamentevengo trasferito alla terapia semi intensiva di un altro ospedale.

Ritengo che una prima fase prolungata e non affrontata in modo adeguato ha reso necessaria poi la terapia semi intensiva, in quanto la malattia è degenerata rapidamente, mettendo a serio rischio la mia vita.
Senza entrare nei dettagli, sono stato circa 30 giorni in terapia semi intensiva, in una stanza da solo dove, nonostante l’impegno del personale medico e paramedico, ho sofferto le difficoltà di un malato solo, totalmente non autosufficiente. Non è una critica al personale, ma non mi sembra che lavorino in condizioni organizzative tali da poter sostenere le particolari esigenze dei malati in quelle condizioni.
Il mio trasferimento dalla semi intensiva al reparto è avvenuto quando si è stabilizzata la minore esigenza di ossigeno e quindi il miglioramento della saturazione. Negli ultimi giorni fino alle dimissioni sono continuate le terapie di medicine e monitorata giornaliermente la saturazione dell’ossigeno nel sangue.

riabilitazione-post-covidE’ stato effettuato un timido tentativo di riabilitazione motoria senza risultati particolari.
Mi viene consigliato all’atto delle dimissioni di ricorrere a casa o in una struttura specializzata, ad una fisioterapia motoria in quanto ero ancora allettato, mi alzavo solo con l’aiuto di due persone, non ero autosufficiente per soddisfare i bisogni fisiologici.
Inoltre poiché, anche se a bassa intensità, avevo ancora bisogno di un supporto di ossigeno, me lo avrebbero prescritto per casa.
Fortunatamente un mio caro amico si è interessato per prenotare la mia riabilitazione presso un Istituto   specializzato di eccellenza dove, dimesso dall’ospedale, sono arrivato allettato, non autosufficiente con l’esigenza di ossigeno a supporto.
Oggi dopo circa 15 giorni mi alzo, cammino con il supporto di un carrello, soddisfo autonomamente le mie esigenze fisiologiche, frequento giornalmente la palestra e sono sottoposto a tutti i controlli precedentemente descritti nella fase 4.

CONCLUSIONE

vaccino-covidConcludo sottolineando la gravità della malattia, valutazione di chi l’ha vissuta direttamente con grande sofferenza.
Il mio augurio è che questo documento convinca i più a non sottovalutare il Covid 19, che ti devasta l’esistenza, e sensibilizzi tutti sull’importanza del vaccino, a mio modesto avviso, unica strada per debellare definitivamente questa malattia.
Ma vorrei che una lettura di questa mia nota possa indurre chi decide, organizza, valuta ed interviene nella gestione sanitaria pubblica, a soffermarsi per trarne delle utili indicazioni. Ciò potrebbe, senza alcuna presunzione da parte mia, indurre a valutare come rendere più efficaci ed immediati gli interventi necessari ad assistere i malati nelle quattro fasi individuate.

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