Covid-19…Il Paese che verrà” Raffaele Lauro scrittore

Raffaele Lauro
Raffaele Lauro

Pubblichiamo questo contributo di filosofia e di “humanitas”, dedicato da Raffaele Lauro, nei tempi drammatici della pandemia da coronavirus, che stiamo vivendo, non alle sue realistiche e implacabili analisi politico-istituzionali, sanitarie o socio-economiche, ma alle emozioni e ai sentimenti, negativi o positivi, che, in questa fase, agitano, affliggono e confortano l’animo dei singoli e lo spirito collettivo, dalle famiglie alle comunità locali, dai popoli all’intero consorzio umano, senza distinzione di razza, di lingua e di religione. Una pandemia di sentimenti e di emozioni contrastanti che lo scrittore sorrentino definisce “i mostri che ci assediano e i valori che ci soccorrono”, nonché “le ragioni del cuore” che dovranno prevalere, se vogliamo salvarci e se vogliamo salvare il mondo. Gliene siamo grati.

LA PANDEMIA DELLE EMOZIONI E DEI SENTIMENTI CONTRAPPOSTI. I “MOSTRI” CHE CI ASSEDIANO E I “VALORI” CHE CI SOCCORRONO. LE “RAGIONI DEL CUORE” CHE DOVRANNO PREVALERE, SE VOGLIAMO SALVARCI E SE VOGLIAMO SALVARE IL MONDO

di Raffaele Lauro

LA PANDEMIA DELLE EMOZIONI E DEI SENTIMENTI CONTRAPPOSTI

I politici più accorti, non certo quelli appartenenti alla classe dirigente italiana, gli intellettuali non ideologizzati, gli scienziati meno dogmatici, i sociologi più attenti alla realtà in movimento e gli psicologi più sensibili ai comportamenti dei singoli e delle masse, di fronte alla catastrofe epocale che, in cento giorni, ha distrutto il mito della globalizzazione e dello sviluppo senza limiti, si stanno interrogando, con analisi raffinate, su quale, o come, sarà il “mondo del dopo” e se quest’ultimo, il “dopo”, risulterà completamente diverso dal “prima”. Oppure sarà uguale al “prima”, ma semplicemente lo restaurerà, in meglio o in peggio.
L’interrogativo risulta, in apparenza, legittimo, ma le risposte appaiono condizionate, a priori, da una visione iper-ottimistica, iper-realistica o iper-pessimistica, che non tiene conto di una componente fondamentale. Gli iper-ottimisti: il mondo non sarà più uguale a quello di prima, ma completamente diverso, perché i governanti del mondo, nonché l’umanità, in questo drammatico frangente, hanno ben compreso gli errori commessi in passato e non li ripeteranno più in futuro, puntando ad un rinnovamento radicale, istituzionale, politico, economico e sociale, al fine di creare una società nuova, giusta, solidale e rispettosa della natura e delle sue leggi. Gli iper-realisti: non si ritornerà allo stesso “prima”. I governanti correggeranno gli errori del passato e riusciranno a sostituire, nei cittadini, l’individualismo possessivo con una consapevole appartenenza all’intera comunità umana. Gli iper-pessimisti: sostengono che si ritornerà al “prima”, ma un prima del tutto peggiorato a causa del degrado, umano e sociale, nonché di un sempre più acceso conflitto tra le tre superpotenze nucleari (USA, Cina e Russia), finalizzato al controllo geopolitico della terra e dello spazio, nonché delle scarse risorse naturali essenziali alla sopravvivenza delle popolazioni, con il rischio concreto di provocare un terzo conflitto mondiale.
Queste prospettive, tuttavia, non possono prescindere dalla situazione attuale, i cui effetti, di medio o lungo termine, non sono valutabil al presente, ma, di certo, condizioneranno tutti i futuri assetti. Un quesito di fondo: quanto durerà il “mondo di mezzo”? Che ruolo giocherà il fattore tempo? E se alla cosiddetta “fase due“ dovesse seguire, malauguratamente, come insegna la storia delle grandi pandemie, una più devastante e incontenibile ondata epidemica, con sconvolgimenti economici e sociali non più gestibili dai governi e dagli Stati? Che ruolo giocheranno, in questo catastrofico evento, le emozioni e i sentimenti contrapposti, già in ebollizione, delle persone, delle famiglie e delle comunità?
Nessun commentatore, o pochissimi, infatti, rivolgono la loro attenzione critica alla “pandemia delle emozioni e dei sentimenti contrapposti”, in atto, che sta flagellando, erodendo, sconvolgendo, lacerando e, solo in parte, alleviando la dimensione interiore, la coscienza, lo spirito di resistenza, l’amore per se stessi e per gli altri, nonché la socialità delle persone, delle famiglie e delle comunità. Saranno proprio queste emozioni e questi sentimenti contrastanti, indotti dalla durata del ”mondo di mezzo” e dai suoi sconvolgimenti, a determinare il punto di caduta del “mondo del dopo”.
In ogni caso, nulla sarà più come prima, sia a livello individuale che collettivo. L’oblio o la “damnatio memoriae” della pandemia da coronavirus (2019 – ?) non cancelleranno, comunque, il ricordo delle sofferenze, dei lutti e delle disillusioni del “mondo di mezzo”.

I “MOSTRI” CHE CI ASSEDIANO E I “VALORI” CHE CI SOCCORRONO

Le emozioni costituiscono reazioni affettive, ad effetto immediato, quasi automatiche, provocate nell’animo umano e nella struttura neurochimica dell’uomo da stimoli esterni o da stimoli interni. I sentimenti, in parallelo con le emozioni, determinano le stesse reazioni, fisiologiche o psicologiche, non immediate, ma scaturenti da una consapevolezza acquisita delle emozioni stesse. Usando un’immagine di Socrate sul legame tra il dolore e il piacere, anche le emozioni sono legate, con lo stesso filo, ai sentimenti, difficilmente tra loro disgiungibili, anche se i sentimenti sono meglio gestibili, nel tempo, delle emozioni.
Enumerare ed esplicitare tutte le emozioni e i sentimenti negativi che, da tre mesi, nel corso di questa tragica pandemia da coronavirus, ci hanno assediato e che, tuttora, ci tormentano, come dei “mostri”, specie notturni, non risulta praticabile in uno scritto breve. Se ne possono riferire, quindi, solo alcuni, i principali: la paura, l’ansia, l’angoscia, la tristezza, l’amarezza, il dolore, la depressione, l’umiliazione, la rabbia e, non di rado, persino la disperazione: la paura di un futuro ignoto; l’ansia per gli annunzi irresponsabili; l’angoscia di poter infettare i propri cari; la tristezza di non potere accarezzare il proprio figlio; l’amarezza di non riuscire ad abbracciare la persona amata lontana; il dolore di non poter dare l’estremo saluto ad un parente scomparso; la depressione di vivere in una gabbia; l’umiliazione di sentirsi completamente impotenti; la rabbia contro i responsabili di questa catastrofe e, infine, la disperazione che questo incubo non abbia mai fine.
A fronte di questa terribile muraglia di emozioni e di sentimenti negativi, ci sono emozioni e sentimenti positivi che, nello stesso periodo, ci hanno soccorso e che, tuttora, ci sostengono, come dei “valori”, specie diurni: fioriscono nell’ambito di una quotidianità, pur sofferta, fatta per “gli ultimi degli ultimi” di totale solitudine, di sofferenza fisica, di assoluto abbandono e, persino, di fame materiale. Anche di questi moti positivi dell’animo e dello spirito umano, nonché di questi consapevoli raziocini del sentimento, se ne potrebbe riferire a iosa, ma bastino quegli essenziali: l’amore immutato per la vita; l’invincibile speranza nel domani; la generosità senza interesse dei volontari; l’affetto costante dei propri cari e dei veri amici; la compassione verso chi soffre; la tolleranza verso chi sbaglia; la forza morale di chi cura ed assiste i malati; la dignità e il coraggio di chi è costretto ad operare senza mezzi adeguati; la solidarietà umana verso i più deboli e, persino, la gioia di sentire una voce familiare sia pure a telefono.

LE “RAGIONI DEL CUORE” CHE DOVRANNO PREVALERE, SE VOGLIAMO SALVARCI E SE VOGLIAMO SALVARE IL MONDO

Per chi vive il dono della fede religiosa, specie la fede rivelata nel Cristo Risorto, sarà connaturale accettare di confrontarsi e resistere a questa dura prova della propria esistenza terrena, che pone ciascuno, in ogni attimo del suo vivere quotidiano, sul crinale tra la vita e la morte, nonché di fronte alla pratica della carità, verso se stessi e verso gli altri (Deus caritas est!). Ma anche per chi vive nella sola fiducia verso la ragione, verso la scienza o verso il sapere sapienziale, accumulato dell’umanità in migliaia di anni di sopravvivenza a guerre di conquista, ad epidemie globali e a calamità naturali, non gli sarà difficile interpretare questa sua terribile esperienza come un temibile sfida al proprio futuro e alla propria visione del mondo.
Una dura prova oppure un temibile sfida che, quindi, interroga, allo stesso modo, ciascuno di noi sugli errori commessi, come singoli e come collettività, determinando, in nome di un benessere materiale perseguito senza limiti, e in parte superfluo, di un egoismo possessivo e di una noncuranza verso il bene comune, effetti devastanti: squilibri naturali, pericoli incombenti e insopportabili ingiustizie. Ci dobbiamo esaminare interiormente, in questa penosa quaresima, religiosa o laica, della nostra vita, se vogliamo salvarci e salvare il mondo, di cui non siamo esclusivi proprietari, facendo appello a noi stessi, prima che agli altri, e appellandoci, oltre che all’educazione, alla conoscenza, alla libertà, alla consapevolezza della nostra fisiologica dimensione comunitaria, anche a quelle che Pascal chiamava le “ragioni del cuore”.
Sono soltanto le “ragioni del cuore” a rendere coniugabili le nostre singole personalità con la pluralità delle altre personalità, in una sorta di fratellanza e di comunanza spirituale che collega le generazioni passate, presenti e future.
Non si tratta di un vago sentimentalismo o di insistere sulla consunta disputa se il cuore sia soltanto un muscolo meccanico o un luogo di sentimenti (e di amore!).
Si tratta, piuttosto, di una intuizione intellettuale, il “pensiero noetico” di Platone, che si identifica, per il futuro, con l’impegno di ciascuno di noi e con la passione per la verità.
Senza queste “ragioni del cuore” non ci salveremo e non si salverà il mondo.
E l’umanità intera perirà con esso!

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