La colonia dei Russi nel romanzo “Dance the Love” di Raffaele Lauro

dance“Non solo la bellezza dei luoghi, ma una lunga serie di elementi storici ha alimentato, in Russia, il mito della penisola sorrentina, della costiera amalfitana e dell’isola di Capri come luoghi in cui ritemprare il corpo e lo spirito”: ne è convinto scrittore Raffaele Lauro, autore del libro “Dance The Love – Una stella a Vico Equense”, dedicato alla grande danzatrice russa Violetta Elvin, terzo romanzo de “La Trilogia Sorrentina”. Nel libro, tramite le vicende della protagonista, si narra della colonia dei russi, che soggiornarono a Sorrento, a Positano e a Capri, tra l’Ottocento e il Novecento, formata da personaggi eminenti della storia russa, nel campo della pittura, della letteratura, della politica e della danza: il pittore Sil’vestr Feodosievič Ščedrin a Sorrento, lo scrittore Maksim Gor’kij, tra Capri e Sorrento, gli esuli bolscevichi a Capri e, in particolare, i due miti della danza classica, Léonide Massine e Rudolf Nureyev, tra Positano e le Isole Li Galli.

Sen. Raffaele Lauro (PdL)
Raffaele Lauro

La danzatrice Violetta Elvin, protagonista del suo nuovo romanzo “Dance The Love – Una stella a Vico Equense”, continua una lunga tradizione di personaggi russi che hanno soggiornato e amato la costiera sorrentino-amalfitana e Capri, tra l’Ottocento e il Novecento?

“Esatto. Violetta Prokhorova, in arte Violetta Elvin, non è stato l’unico personaggio famoso, di origine russa, ad essere rimasto ammaliato dalle bellezze delle isole del golfo di Napoli e della costiera sorrentino-amalfitana. Sorrento, Capri, Positano e Li Galli hanno vantato autorevoli presenze russe, fin dall’Ottocento, sia in campo artistico che politico: il pittore Sil’vestr Feodosievič Ščedrin a Sorrento, lo scrittore Maksim Gor’kij, tra Capri e Sorrento, gli esuli bolscevichi a Capri e, in particolare, due miti della danza classica, Léonide Massine e Rudolf Nureyev, tra Positano e le Isole Li Galli”.

Come arrivò il pittore Ščedrin a Sorrento, dove visse, operò e morì, nel 1830?

“Ščedrin era originario di San Pietroburgo. Il padre si chiamava Feodosij, era uno scultore famoso, che insegnava all’Accademia di Belle Arti, così come un suo zio. Sil’vestr, quindi, crebbe in un ambiente familiare votato all’arte. Lo zio Semën lo portava spesso all’Hermitage e imparò a dipingere da bambino, diventando un enfant prodige, come Mozart. All’Hermitage, si innamorò dei quadri del Canaletto. Grandi scenari. Paesaggi. A soli nove anni, dopo aver ricevuto una solida educazione artistica in casa, fu ammesso all’Accademia delle Belle Arti di San Pietroburgo, diplomandosi a dodici anni e vincendo una borsa di studio, consistente in tre anni di soggiorno in Italia”.

Scelse Sorrento come luogo di soggiorno?

“No. Si fermò prima a Venezia per rendere omaggio al mito pittorico della sua infanzia, il Canaletto. Dopo Venezia, si spostò a Roma, dove amava dipingere en plein air, come gli impressionisti francesi. E a Roma cominciò a gettare le fondamenta del suo stile pittorico. Lavorò con interesse alla realizzazione dei paesaggi. La campagna romana divenne il suo atelier e gli abitanti i suoi soggetti raffigurati. Era costretto a inserire le rovine archeologiche solo per motivi di vendita, dovendo caratterizzare, agli acquirenti, la romanità antica nei quadri. Quella natura, quei luoghi, quei colori e, specialmente, quelle persone, quei contadini, quei pecorai costituirono la sua ispirazione. Cominciò a dipingere molto, perché terminate le sovvenzioni della borsa di studio e volendo rimanere in Italia, sua principale fonte di ispirazione, decise di sostentarsi con la vendita dei quadri. I paesaggi della Penisola Sorrentina, come provano le opere custodite nel Museo Correale di Terranova e nello stesso Hermitage, nonché a Napoli, testimoniano dell’innamoramento di Ščedrin per Sorrento e per la penisola. Un realismo magico, che lui stesso commentò: Qui c’è ombra e dolce ristoro che porta all’uomo coraggioso, che si trova sullo scoglio, il sapore del mare, attraverso l’onda che si infrange sulla roccia”.

Morì giovanissimo e le sue spoglie sono custodite al cimitero comunale di Sorrento. Un legame quello tra Ščedrin e Sorrento davvero indissolubile?

“Ščedrin ha dedicato la sua breve e intensa vita alla bellezza della nostra terra. L’ha cercata, l’ha ritratta, l’ha immortalata. Morì giovane, aveva soli trentanove anni, forse perché i suoi occhi non furono più in grado di reggere tanta meraviglia. Di questa bellezza continuano a parlarci i suoi quadri. L’eternità dell’arte!”.

Da Sorrento a Capri. Da Ščedrin a Maksim Gor’kij?

“Gli artisti che visitavano la piccola isola di Capri, fin dalla seconda metà del XIX secolo, rimanevano affascinati dalla natura incontaminata, dai panorami a picco sul mare e dalla semplicità rustica, con cui gli isolani conducevano la loro vita. Dopo la guerra russo-giapponese del 1904-1905, Capri divenne il rifugio preferito di molti esuli russi, avversi al regime zarista, che trasformarono quest’isola in un’oasi politico-letteraria, un centro di cultura e, allo stesso tempo, una scuola pre-rivoluzionaria. Lo scrittore Gor’kij fu perseguitato dal regime zarista. Ecco perché si dovette rifugiare a Capri con la famiglia. Era uno scrittore già famoso, all’epoca, in particolare per il romanzo La madre”.

Perché Gor’kij venne perseguitato dal regime zarista?

“Gor’kij aveva alle spalle un’infanzia infelice, per cui, da scrittore, lottò sempre contro la miseria, l’ignoranza e la tirannia, rappresentate, allora, dal regime zarista. Nelle sue opere mostrava il vero volto della Russia, la fame, i vagabondi, la servitù della gleba, fuori dagli scintillanti palazzi imperiali. Ecco perché lo zar, la nobiltà latifondista, la classe dei privilegiati, lo paventavano come fosse la peste. Temevano che i suoi scritti potessero fornire le armi ideologiche a quanti si stavano convincendo, a partire da Lenin, che il potere degli zar non si sarebbe mai riformato da solo, ma che dovesse essere abbattuto da una rivoluzione di popolo, guidata da un partito bolscevico, dal partito leninista”.

Una rivoluzione che sostituì ad un regime dispotico una dittatura, ancora più crudele, in nome del popolo?

“La rivoluzione bolscevica suscitò tante speranze, tante illusioni, con un’immagine di giustizia sociale e di benessere collettivo. Una rivoluzione che sovvertì l’ordine dispotico, imposto dagli zar, e che, alla fine, lo sostituì con un regime dal volto addirittura peggiore di quello che aveva combattuto. Tornando a Gor’kij, lo scrittore e la famiglia non dovevano trattenersi a lungo, ma furono stregati dalla bellezza dei luoghi incantati di Capri e vi rimasero per sette anni, dal 1906 al 1913. Soggiornarono prevalentemente a Villa Blaesus, sulla cui terrazza lo scrittore fu fotografato con altri celebri russi, mentre giocano a scacchi”.

Come arriva Lenin a Capri e perché?

“A Capri, Gor’kij creò una sorta di scuola di partito, un laboratorio politico-culturale per intellettuali, cacciati o fuggiti dalla Russia zarista, dopo il fallimento dei primi moti rivoluzionari. Discutevano di economia politica, di teoria dei movimenti sindacali, dell’Internazionale socialista, di socialdemocrazia, di letteratura, svolgendo anche esercitazioni pratiche di lavoro di partito, conversazioni e dibattiti sulle pubblicazioni più interessanti della stampa socialista europea. Lo raggiunsero, poi, altri esuli russi, come Aleksandr Aleksandrovič Bogdanov, gli scrittori Anatolij Vasil’evič Lunačarskij, Ivan Alekseevič Bunin e Leonid Nikolaevič Andreev, il filosofo Vladimir Alexandrovich Bazarov e il tenore Fëdor Ivanovič Šaljapin. La visita di Lenin, invece, fu dettata dalla preoccupazione del rivoluzionario di controllare gli orientamenti ideologici e la prassi rivoluzionaria, discussi nella scuola di Capri, non sempre ortodossi, rispetto a quelli del partito bolscevico”.

Gor’kij, tuttavia, dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 e la nascita del regime sovietico tornò, di nuovo, in Italia, stabilendosi con la famiglia al Capo di Sorrento, nella Villa Il Sorito?

“Dal 1924, Gor’kij, malato di tubercolosi, soggiornò al Capo di Sorrento, non più controllato dalle spie zariste, ma da quelle, ben più efficienti, di Stalin, che aveva preso il potere, dopo la morte di Lenin, nello stesso anno. Rimase a Sorrento fino al 1927, quando, volente o nolente, su invito del nuovo zar, Stalin, dovette rientrare per dedicarsi, come scrittore proletario, all’educazione di nuovi scrittori (di regime) e alla celebrazione del socialismo reale di Stalin”.

Possiamo affermare che l’ultimo Gor’kij divenne uno strumento nelle mani della propaganda stalinista?

“Questa rimane una pagina controversa del rapporto tra Gor’kij e Stalin. Che fosse strumentalizzato dalla propaganda sovietica, non esistono dubbi. Stalin si faceva fotografare con lo scrittore. Basta leggere “Arcipelago Gulag” e “Vivere senza menzogna” di Aleksandr Isaevič Solženicyn: pagine di dura denunzia dell’atteggiamento connivente di Gor’kij con il regime stalinista, specie dall’epoca del suo ritorno definitivo in patria, da Sorrento, fino alla morte, nel 1936”.

Affrontiamo, ora, l’ultima tappa: Positano e i mitici Li Galli. La storia della danza mondiale passa per Positano e per l’arcipelago de Li Galli?

“Certamente. Nel 1917, il grande ballerino e coreografo russo, Léonide Massine, si trovava in tournée con la compagnia dei Balletti Russi di Djagilev, al Teatro di San Carlo di Napoli. Con la compagnia fu ospite, a Positano, dello scrittore russo Michail Nikolaevič Semënov, in quell’antico mulino del XVII secolo, di proprietà della famiglia D’Arienzo, situato su una delle spiagge di Positano. Con la compagnia c’erano Pablo Picasso e Igor’ Fëdorovič Stravinskij. Dalla sua stanza, Massine scorse Li Galli, allora di proprietà della famiglia Parlato, che li teneva per la caccia alle quaglie. Se ne innamorò perdutamente e, successivamente, ritornò a Positano e riuscì a comprarle per 300.000 lire italiane. Voleva creare un grande anfiteatro, una scuola di danza mondiale, come su un palcoscenico, unico al mondo, che guardava a Positano, alla divina costiera, ai Faraglioni di Capri e all’orizzonte marino. Da quando li acquistò, il grande ballerino-coreografo, vi trascorreva gran parte dell’anno, ospitava gli amici del mondo della danza, creava coreografie. All’inizio, considerava quel luogo mitico solo un buon ritiro, ma, ben presto, si accorse di aver fatto la cosa più importante della sua vita, perché, su Li Galli, concepì le coreografie di alcune sue produzioni più ambiziose. Aspirava a trasformare Li Galli in un luogo dove giovani artisti di tutto il mondo potessero venire a trarre ispirazione e a prepararsi all’arte di Tersicore. Purtroppo non riuscì nel suo intento: ogni tentativo di costruire un anfiteatro fu reso vano dalle mareggiate e dal vento, quasi che le mitiche Sirene si ribellassero ad una profanazione di quelle rocce”.

Alla morte di Massine ci fu un passaggio ideale di consegna tra i due mostri sacri, di origine russa, innamorati de Li Galli. Da Massine a Rudolf Nureyev?

“Non subito. Nureyev aveva soggiornato spesso, ospite di Massine, su Li Galli, fin dal 1970. Anch’egli si innamorò di quel luogo incantato, tanto che, nel 1989, dieci anni dopo la morte del grande coreografo, li comprò dal figlio Lorca, unico erede di Massine. Il destino, però, gli permise di godere, d’estate, quella magia naturalistica soltanto per poco più di tre anni. Il 3 settembre del 1992, infatti, Rudy salutò per l’ultima volta, baciandoli ripetutamente, i suoi Li Galli. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1993, in Francia, a Lavallois-Perret, il male, allora incurabile, di cui soffriva, lo avrebbe portato via al mondo e all’arte della danza, consegnandolo alla storia come uno dei più grandi danzatori di tutti i tempi e, con lui, consegnando alla storia anche gli scogli della signora Parlato, davanti a Positano”.

Al di là di questi personaggi famosi, come spiega l’amore dei russi per la nostra costiera e per Capri?

“Mi sono posto anch’io questa domanda, ma, a parte il fascino della natura che ammalia tutti, russi o non russi, esistono altri elementi storici, che hanno contribuito ad alimentare il mito della nostra terra nel mondo russo, come paese di salubrità e di cura dello spirito e del corpo. Due in particolare. Il soggiorno, a Sorrento, alla fine dell’Ottocento, all’Albergo Tramontano, della zarina Maria Aleksandrovna, che trovò sollievo alla sua malattia polmonare: il che fu propagandato su tutti i giornali dell’epoca. L’acquisto, da parte della nobile famiglia russa dei Cortchacow, imparentata con lo zar Nicola II, della splendida residenza Poggio Siracusa, fatta costruire dal conte di Siracusa, cugino del re di Napoli, Ferdinando IV di Borbone. In quella residenza furono ospitati nobili russi e personaggi famosi, che consolidarono il mito della nostra terra nella cultura russa”.

di Ciriaco M. Viggiano

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